Sto per tornare...........

Tutto ciò che è fatto per amore è sempre al di là del bene e del male.

 

.....e neanche ci si annoia..... - sabato, 03 ottobre 2009
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Una felicità tremula, guizzante ed impalpabile come una fioca luce, gli danzava attorno come una moltitudine di fate. L’ha incontrata a bruciapelo una mattina, e da allora non riusciva più a liberarsi dai sui gesti, dei suoi occhi celesti, da lei. Non riusciva a liberarsi di un’immagine che, come per incanto gli aveva aperto uno squarcio attraverso una porta che ormai non credeva esistesse più. Occhi celesti, occhi spalancati dalle tenebre del desiderio. Non pensava ad altro. Provava a leggere ma dopo due ore era sempre alla terza riga della prima pagina di un vecchio libro. Con rumore crescente sentiva i suoi passi che si avvicinavano. Suonò al campanello, ma era già dietro quella porta da un’eternità. Lei entrò. Non si sentiva sicura; aveva un senso di soffocamento. Lui a strinse forte e fu allora che captò la forza del suo desiderio. Tutte le paure svanirono e fermò quell’istinto che la spingeva a lottare per la sua libertà. Il suo sesso le premeva contro e fu così che non se la sentì più di combattere. Si ritrovarono in camera. Una piccola lampada a fatica illuminava un piccolo remoto angolo della stanza dalle scialbe pareti gialle. Si distese mentre lui, in camicia e pantaloni, la guardava con occhi spiritati. Erano nudi e lei sentì la sua carne nuda quando la penetrò. Per un attimo restò dentro di lei fermo, turgido, fremente. Poi, come prese a muoversi in un orgasmo improvviso ed ineluttabile, si risvegliarono in lei nuovi palpiti, che vibravano, fremevano, si increspavano, fluttuavano: tenere fiammelle che, morbide come piume, si sovrapponevano per poi tendersi in punte di lucentezza straordinaria, che la facevano sciogliere dentro. Continuò a giacere inconsapevole delle piccole grida inarticolate emesse verso la fine. Troppo presto, era finito troppo presto! E ora lei da sola non cela faceva a raggiungere l’orgasmo. Questa volta era diverso, non poteva far nulla. Non era capace di irrigidirsi e di aggrapparsi a lui per ottenere il suo godimento. Poteva solo attendere e gemere silenziosamente mentre lo percepiva ritrarsi e contrarsi, fino a quell’attimo in cui sarebbe scivolato fuori e l’avrebbe abbandonata. Si avvinghiò a lui con passione, inconsapevole di tutto e lui restò dentro lei finché non sentì contrarsi di nuovo il suo tenero germoglio e accendersi in ritmi misteriosi con movimenti intensi e crescenti, ingrossandosi e indurendosi, fino e riempire tutta la sua coscienza che si stava come fendendo in due. Poi ancora una volta quel movimento indescrivibile ricominciò, non un vero e proprio movimento, ma puri e profondi vortici di sensazioni che affondavano più intensamente nella sua carne e nella sua coscienza, fin quando lei fu solo un perfetto fluido concentrico di emozioni. E allora emise della grida inarticolate, irrefrenabili: le grida dell’istinto, della vita. Lui le ascoltò con un senso di paura mentre un fiotto schizzò in lei. Come ebbe finito, si fermò e giacque immobile, inconsapevole. Anche lei, gradualmente allentò la presa, inerte sotto di lui. E giacquero entrambi lì, senza sapere nulla l’uno dell’altro. Fino a quando lui non cominciò a risvegliarsi e ad accorgersi della sua nudità indifesa, e lei avvertì che diminuiva la stretta allontanandosi da lei. Nel profondo del suo cuore sentì di non sopportare che la lasciasse scoperta. La doveva coprire ora, e per sempre. Ma infine lui si ritirò, la baciò, la ricoprì e cominciò a risistemarsi i pantaloni. Lei, distesa, guardava in alto. Fissò il suo volto attento e pensoso e lui, di rimando la guardò negli occhi. Si chinò e la baciò e lei sentì che era così che avrebbe dovuta baciarla per sempre. Tutto, intorno, era denso e silenzioso. Si alzò anche lei e silenziosamente si rivestì. Un bacio e andò via, lasciandolo solo, immerso nel suo mondo. Uscì a prendere un po’ d’aria. Si incamminò lungo un corridoio di lampioni. Guardò in alto: un cielo stellato stendeva un velo d’argento tra gli alberi. Mise le mai in tasca e tirò fuori un foglietto di carta su cui era scritto un numero. Lo strappò in mille pezzettini e li gettò per strada. I pezzettini volarono via, discesero nell’aria umida: un bianco fluttuare, poi tutti discesero. E allora si rese conto che doveva continuare a muoversi, respirare, continuare a sognare, vivere. Era un fantasma tra la gente. La solitudine lo trafisse come una lancia. Tornò a casa. Riempì la vasca con acqua calda. Vedeva già il suo pallido corpo disteso in essa, nudo, in un grembo di tepore, oleato di liquescente sapone aromatico, dolcemente lambito dall’acqua. Vedeva il suo torso e le sue membra semisommerse e sostenute dall’acqua, lievemente galleggianti: l’ombelico, bocciolo di carne; e vedeva gli scuri riccioli arruffati del pube fluttuanti, fluttuante chioma della corrente attorno al floscio padre di migliaia, languido fiore fiottante. L’amore puro e semplice è come un airone bianco su un manto di neve immacolata sotto un cielo azzurro.
 
15 novembre - 10 dicembre 2008

.....e neanche ci si annoia..... - mercoledì, 10 dicembre 2008
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Che toccante là, tra le ombre del tramonto che si addensavano. Riponeva tutto in un mobiletto non di lusso, ma ordinato. Era là che nascondeva i suoi tesori, insieme al suo profumo di rosa bianca. Avrebbe voluto scrivere, presa da questa voglia dopo aver letto una poesia da un giornale usato per incartarci una scatola. Sei vero, o mio ideale? Ma sei tu? E più volte la bellezza della poesia le aveva offuscato la vista con lacrime silenti per gli anni che uno ad uno ormai le scappavano via. Se gli scorgeva negli occhi quella irresistibile malia, nulla più sarebbe valso a trattenerla. E ogni sforzo sarebbe stato diretto a condividere i pensieri di lui. Gli sarebbe stata più cara di ogni cosa al mondo e avrebbe inondato le sue giornate di felicità. Avrebbe cercato di capirlo, perché gli uomini sono così diversi. Il vecchio amore aspettava, con le mani tese, con gli occhi imploranti. Avrebbe seguito il suo sogno d’amore, i dettami del suo cuore che diceva come lui fosse tutto per lei, l’unico uomo in tutto il mondo che facesse per lei poiché è l’amore a governare il mondo. Nient’altro importava. A tutti i costi sarebbe stata indomabile, sfrenata, libera.
 
 
Cosa succede di tanto importante?
 
Come in un albergo in un passo montano. Autunno. Crepuscolo. Fuoco acceso. In un angolo buio un giovanotto seduto. Entra la ragazza. Inquieta. Solitaria. Siede. Va alla finestra. Resta in piedi. Siede. Crepuscolo. Pensa. Su carta d’albergo solitaria, scrive. Pensa. Scrive. Solitaria. Ruote e zoccoli. Scappa via. Egli si alza nell’angolo buio. Afferra la carta solitaria. L’avvicina al fuoco. Crepuscolo. Legge. Solitario.
 
 
Triste, alza lo sguardo. Lo dirige verso la finestra. Cosa vede fuori?
 
Una nanerottola dondola su una fune tesa tra due ringhiere, cantando. Una sagoma distesa contro un bidone di spazzatura e riparata dal braccio e dal cappello si muove, geme, con uno stridore ringhioso di denti, e ricomincia a russare. Su uno scalino uno gnomo che raspa su un mucchio di spazzatura si accoscia per mettersi in spalla un sacco di cenci e rifiuti. Una vecchia vicino a lui reggendo un lume a petrolio fumoso, mette un’ultima bottiglia nel collo del sacco. Quello alza il suo bottino, s’infila di traverso il berretto a visiera e s’allontana in silenzio. La vecchia si avvia verso la sua tana dondolando il lume. Un bambino dalle gambe corte, acquattato sulla soglia con un fantoccio in mano, le striscia dietro di sbieco a balzi, si attacca alla sottana, si tira su. Uno stradino ubriaco si aggrappa con tutte e due le mani alla ringhiera di un interrato, beccheggiando pesantemente. In un angolo due guardie notturne, le mani nelle tasche della giacca, giganteggiano nell’ombra. Un piatto si rompe, una donna grida, un bimbo geme. Bestemmie di un uomo ruggiscono, mormorano, si spengono. Figure vagano, si appiattano, sbirciano dalle loro tane. In una stanza illuminata da una candela infilata in un collo di bottiglia, un disperato tracanna la sua medicina. Volpe con i pantaloni di cuoio, nascosto, un fuggiasco tra i rami di un albero rinsecchito davanti alla canea. Non conosce volpi femmine, cammina solo ai mezzo ai cacciatori. Donne che conquistò, persone di cuore tenero, mogli di giudici e di rozzi agricoltori. La volpe e le oche. E nella sua casa un corpo avvizzito che una volta era avvenente, bello e fresco come un mandorlo in fiore, ora invece le cadono le foglie, tutte, ed è nuda, col terrore della buia fossa.
 
 
Cosa immagina ora?
 
La volpe camminava inosservata per un vialetto lungo file di angeli rattristati croci, colonne spezzate, tombe di famiglia, speranze che pregavano con gli occhi al cielo. Più sensato spendere soldi per qualche opera di carità per i vivi. Pregate per la pace dell’anima di….. Piantala e falla finita! Morto. Scaricato. Come il carbone giù per la botola di una cantina. Poi li ammucchiano insieme per guadagnar tempo. Il giardino dei morti. Dai qualcosa al giardiniere la tiene pulita dalle erbacce. Vecchio anche lui. Piegato in due con le sue cesoie, a tagliare. Vicino alla porta della morte. Che si è spento. Che si è dipartito dalla vita. Come se l’avessero fatto di loro volontà. Che ha tirato le cuoia. Più interessante se dicessero chi erano. Tizio, operaio. Caio, edicolante. Anche una donna con la sua pentola. Che stufato facevo…. E c’è anche il dott…. Il Grande Medico l’ha chiamato nella sua casa di cura. Questa per loro è la terra consacrata. Bella residenza di campagna, intonacata e ridipinta a nuovo. Luogo ideale per fare una fumatina e leggere un quotidiano con l’aperitivo in mano. Gli annunci matrimoniali non cercano mai di abbellire. Corone rugginose appese a ganci, ghirlande ormai bronzate. Migliore valore allo stesso prezzo. Però i fiori sono più poetici. L’altro finisce per diventar noioso, non appassendo mai. Non esprime nulla. Immortale.
 
 
C’era qualche speranza?
 
Forse era l’addio. Doveva andare ma si sarebbero incontrati di nuovo, là, e lei avrebbe sognato quell’incontro fino a quel momento, domani, quel suo sogno dell’altra sera. Si drizzò del tutto. Le loro anime si incontrarono in un ultimo sguardo indugiante e gli occhi che le giunsero al fondo del cuore, pieni di uno strano luccichio, aleggiarono affascinati sul suo volto. Accennò ad un pallido sorriso verso lui, un dolce sorriso di perdono, un sorriso prossimo alle lacrime. E si separarono.
 
 
Cosa era scritto sul foglio solitario?
 
“…….perché ho un sogno”
“E quale è questo sogno?”
“Avere un sogno….”
 
 
2 settembre - 10 ottobre 2008

.....e neanche ci si annoia..... - sabato, 11 ottobre 2008
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Una viva e calda luce di sole correva veloce, con sandali snelli, lungo un marciapiede che si rischiarava. Corre, corre ad incontrarmi come una fanciulla con i capelli d’oro al vento. Sono qui per leggere tutte le cose, tutti i segni. Chiudi gli occhi e guarda. AC chiuse gli occhi per sentire le sue scarpe che calpestavano la ghiaia. Lentamente. Con passo stanco, un piede dopo l’altro, un piccolo spazio di tempo attraverso piccoli tempi di spazio. Un passo fatto, un pezzo di vita passato, vissuto, forse perso, che non tornerà più indietro. Nel mezzo della morte siamo in vita. Scendeva una scalinata come se andasse nel ventre della terra, la terra come la madre di tutto, a cui tutto torna. Chissà chi mi trasse urlante alla vita. Cosa aveva nella borsa? Un aborto con cordone ombelicale che strascicava, soffocato in ovatta rossastra. I cordoni sono tutti legati l’uno all’altro nel passato. Il vento soffiava leggero con calde carezze sul suo viso. Rallentò il passo. Torno indietro? Casa in rovina la mia, la sua e tante altre. Dolentissimo Signore, a che razza di cose mi sono legato col matrimonio. E ce n’è ancora. Il fratello falso mercante di ogni cosa e il padre suonatore di cornetta in chiesa. Lui a suonare nascosto dietro un angolo col suo strumento e un altro che fa la comunione alla faccia sua. La ghiaia era scomparsa sotto i suoi piedi e le scarpe con la suola di gomma calpestavano un marciapiede asciutto. Sporcizia accatastata riarsa da un fuoco umano senza fiamma. Una bottiglia di birra spuntava dalla cintola in sù come una sentinella. Da un lato un tombino esalava tanfate di fogna. Li costeggiò cautamente. Si fermò mentre guardava una vecchia signora che con dignità si alzava un po’ la veste mentre saliva la scalinata della chiesa. Chissà cosa ha puntato quel gatto col suo sguardo famelico. AC lo guardò curioso, gentile, la sua forma sinuosa. Pulito a vedersi, col suo pelo nero lucido. Li chiamano stupidi, capiscono quello che si dice meglio di quanto noi non si capisca loro. Capisce tutto quel che vuole. Vendicativo anche. Crudele. La sua natura. Curioso che i topi non stridano mai. Sembra che gli piaccia. Chi sa che cosa gli sembro io. Una torre? Mi salta benissimo. Un punto lontano, un cane, s’ingrandiva sempre di più. Mi si avventerà contro? Rispetta la sua libertà. Non sarò padrone degli altri o loro schiavo. Più lontano, in cammino verso me due figure: un uomo ed una donna. Il vento le incollava addosso il leggero vestito esaltandone la snella figura. Il cane torna di corsa da loro. Gli ambiava attorno mentre annusava in cerca di qualcosa persa in chissà quale altra vita. Ad un tratto balzò di scatto all’inseguimento del gatto, ma il fischio stridulo del padrone gli colpì le orecchie flosce. Si bloccò, tornò indietro trotterellando con le sue zampe agili. AC si rilassò comodo su una panchina colpito alle spalle dalla spada fiammeggiante del sole. Tirò fuori carta e penna e scribacchiò alcune parole. La sua ombra si stendeva a terra, mentre, curvo, finiva. Chi mai leggerà queste mie parole? Segni in campo bianco. Voi trovate oscure le mie parole, l’oscurità è nelle nostre anime. Le nostre anime ferite dai peccati, si avvinghiano a noi ancor di più, come una donna avvinghiata al suo amante, tanto più quanto più. Letto di sposa, letto di parto, letto di morte, con candele spettrali. Che caldo. Un vecchio fece scorrere la mano destra sui capelli imbrillantinati. Poi rimise il cappello con senso di sollievo. La sera iniziava a prendere il mondo con le sue vele di pipistrello. L’orlo della luna fendeva il deserto scialbo dell’orizzonte come l’orlo di un anello affondato nella sabbia mentre il mare, col suono sommesso delle onde, prendeva la sua sagoma. AC chiuse gli occhi per sentire le scarpe schiacciare i passi mentre la sua ombra era ormai allungata sulla strada. Si voltò e attraversò svagato. Gradevole senso della sera. Basta con tutti questi giri. Soltanto indugiare un po’. Un calmo crepuscolo, che il resto corra pure. Dimenticare. Raccontare dei posti dove sono stato, strane usanze. Racconta, racconta ancora e ancora, tutto. Vivere tutto il giorno tra erbe e disinfettanti. Le droghe ti invecchiano dopo averti eccitato. E parti. Poi il letargo. Perché? Reazione. Il viaggio è corto ma bello. Ma finisce e torni in te. Una vecchia guardava AC dalla finestra. Non è ancora la sua ora. Contenta. Naso bianco schiacciato sul vetro. Ed ecco che si sentì levar nell’aria un rumore di voci e le tonanti armonie di un organo. Ultima messa per chi giace composto in rigida immobilità. Il chirichetto modulava le risposte in falsetto mentre il prete spruzzava sonno da un non-so-come-si-chiama. Deve averne le tasche piene di quel lavoro, dondolare quell’affare su tutti i cadaveri che gli mettono sotto. Cuore fermo. Una pompa arrugginita. La resurrezione e la vita. Quando sei morto sei morto. Il prete e il chirichetto finirono; si alzarono e se ne andarono. Tutto finito. Le donne rimanevano: ringraziamento. AC uscì. Si voltò e sulla soglia comparve un tale che aveva l’aria di un prete o di un attore povero in canna. I quattro panni neri che portava erano abbottonati stretti stretti sul corpo tozzo e non si riusciva a capire se portasse il collarino da sacerdote o da persona comune, perché aveva rialzato sul collo il bavero della giacca consunta i cui bottoni nudi riflettevano la scialba luce che lo circondava. Aveva un cappello rotondo e nero. Il volto sembra che gli luccicasse di pioggia. Aveva l’aspetto trasudato e giallastro del formaggio fresco, tranne là dove due chiazze rosate mettevano in risalto gli zigomi. Aprì d’un tratto la bocca larghissima per manifestare delusione e nello stesso tempo spalancò gli occhi azzurri e vivissimi per esprimere piacere e sorpresa. Comparve con il velo e una borsa nera. Vedetevi dopo il rosario. Non gli dir di no. Crepuscolo e la luce dietro a lei. Potrebbero essere qui con il nastro al collo e fare lo stesso il resto alla chetichella. E’ così difficile trovarne una. Oh, la sua bocca nell’oscurità. Premi un bottone e l’uccello squittisce. E lui un uomo sposato con una nubile. E’ questo che piace a loro…. Rubar l’uomo a un’altra donna. Felicissimo di liberarsi della moglie di un altro. AC si gustò la scena con un sorriso stampato in faccia. Sferragliava con le mucose della gola per quel raffreddore che s'era preso quando era uscito con quel freschetto che c'era l’altra sera. Si appoggiò ad un palo vicino un vecchio edificio, colpito da una triste luce giallastra. Migliaia di volti gli passavano accanto, e nessuno si voltava a guardarlo. Lo afferrò un subitaneo e sciocco terrore: che fosse morto, ormai fantasma, e quelli non potessero vederlo. E allora la città lo ferì con tutta la sua solitudine. Sono tranquillo qui solo. E triste. Toccami, toccami. Tante vite gli passavano accanto. Vite fatte di tanti giorni che si succedono continuamente, da riempire, da godere, da soffrire. Una vita fatta di tanti passi che si inseguono e che segnano ognuno un piccolo spazio di tempo. Una vita con tanti insignificanti respiri. Migliaia, centinaia di migliaia di respiri in una vita…. E tra tutti questi respiri contano quelli che mancano quando il cuore sussulta, quando gli occhi si spalancano. Una brezza lo salutò, arpeggiando su nervi selvaggi, vento d’aria selvaggia. AC si fermò all’improvviso, mentre si sentì come se i suoi piedi cominciassero ad affondare lentamente su un terreno tremulo. Tornare indietro. Risalì di corsa le scale. Tornò a casa. Senza salutare si diresse verso la sua camera e si addormentò. Una mobilità di forme illusorie immobilizzate nello spazio e rimobilizzate nell’aria: un passato che probabilmente aveva cessato di esistere come presente prima che i suoi spettatori futuri fossero entrati nella loro attuale presente esistenza. Riaprì gli occhi dopo un lungo sonno. Si destò lentamente, ma la sua mente faticò molto per svegliarsi del tutto. Rimase disteso per un buon quarto d’ora. Poi si mise seduto su un lato del letto e poggiò un piede sul pavimento gelato, mentre con l’altro, brancolando nel buio, cercava le stanche pantofole. Tentennante e scalzo si avvicinò alla finestra e ne aprì le imposte. Sprazzi di vita entrarono attraverso quel quadrato, mentre il sole, percettibilmente basso sull’orizzonte, con le sue lunghe braccia dorate prese il mondo. E come se si accendessero schegge di luce su gioielli tenuti nascosti, tutto tornò a splendere di nuovo. Il futuro è di chi guarda la bellezza dei propri sogni.
 
2 marzo - 2 maggio 2008

.....e neanche ci si annoia..... - venerdì, 30 maggio 2008
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………. Migliaia di volti gli passavano accanto, e nessuno si voltava a guardarlo. Lo afferrò un subitaneo e sciocco terrore: che fosse morto, ormai fantasma, e quelli non potessero vederlo. E allora la città lo ferì con tutta la sua solitudine. Sono tranquillo qui solo. E triste. Toccami, toccami. Tante vite gli passavano accanto. Vite fatte di tanti giorni che si succedono continuamente, da riempire, da godere, da soffrire. Una vita fatta di tanti passi che si inseguono e che segnano ognuno un piccolo spazio di tempo. Una vita con tanti insignificanti respiri. Migliaia, centinaia di migliaia di respiri in una vita…. E tra tutti questi respiri contano quelli che mancano quando il cuore sussulta, quando gli occhi si spalancano. Una brezza lo salutò, arpeggiando su nervi selvaggi, vento d’aria selvaggia. AC si fermò all’improvviso, mentre si sentì come se i suoi piedi cominciassero ad affondare lentamente su un terreno tremulo. Tornare indietro. Risalì di corsa le scale. Tornò a casa. Senza salutare si diresse verso la sua camera e si addormentò. Una mobilità di forme illusorie immobilizzate nello spazio e rimobilizzate nell’aria: un passato che probabilmente aveva cessato di esistere come presente prima che i suoi spettatori futuri fossero entrati nella loro attuale presente esistenza. Riaprì gli occhi dopo un lungo sonno. Si destò lentamente, ma la sua mente faticò molto per svegliarsi del tutto. Rimase disteso per un buon quarto d’ora. Poi si mise seduto su un lato del letto e poggiò un piede sul pavimento gelato, mentre con l’altro, brancolando nel buio, cercava le stanche pantofole. Tentennante e scalzo si avvicinò alla finestra e ne aprì le imposte. Sprazzi di vita entrarono attraverso quel quadrato, mentre il sole, percettibilmente basso sull’orizzonte, con le sue lunghe braccia dorate prese il mondo. E come se si accendessero schegge di luce su gioielli tenuti nascosti, tutto tornò a splendere di nuovo. AC si avvicinò ad una porta blu con qualche riga scritta, la accostò e silenziosamente la chiuse. Il futuro è di chi guarda la bellezza dei propri sogni.

24 aprile - 2 maggio 2008

.....e neanche ci si annoia..... - lunedì, 05 maggio 2008
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